Tag: pendolari

  • Viaggio al centro della tangenziale

    Da quando non prendo più il treno, le mie giornate sono ritmate da lunghi — e spesso estenuanti — viaggi in tangenziale verso La Mecca del ventunesimo secolo: Milano. Lo so cosa vorreste dire, già vi sento. “Be, è comunque meglio di prendere i mezzi pubblici”. Ed è proprio qui che vi volevo.

    Artwork by Chiara Molinari

    Sì, perché quando sei costretto a convivere in pochi metri quadri con altre persone, con gli orari improponibili e gli scioperi, l’idea della macchina sembra un miraggio. Eccomi dunque a smentire le vostre ferree convinzioni: stare in auto negli orari di punta è un’esperienza paragonabile al fachirismo, ma senza la capacità di non sentire i chiodi.

    I primi tempi accumuli così tanta rabbia e frustrazione, che il sorpasso a sinistra di quello con la Ford Fiesta ti sembra un affronto inaccettabile; la signora che non mette la freccia? Imperdonabile, merita almeno 5 colpi di clacson; per non parlare di quelli in moto, che viaggiano come se avessero 7 vite. E se non mi fai immettere in corsia entro 2 secondi, preparati alle peggiori ingiurie.

    La tangenziale ti trasforma in quello che giuravi non saresti mai diventato e il bello è che neppure te ne accorgi: l’unica cosa che conta è sopravvivere. Certo, poi ci sarebbe da riflettere su quanto siamo diventati intolleranti pressoché a tutto e se questa isteria collettiva sia davvero necessaria, se commisurata alla banale esperienza che si sta vivendo.

    Ad ogni modo, quando trascorri molto tempo in macchina, inizi subito a pensare che vuoi investire le ore incolonnato in modo funzionale ed è per questo che tutti approdiamo ai podcast. Sono interessanti, ce ne sono per tutti i gusti e vanno solo ascoltati. Io ho iniziato da quelli true crime. Belli, davvero, se non fosse che, arrivata ad altezza Sesto San Giovanni, sentivo le palpitazioni.

    Mi chiedevo incredula perché fossi in ansia, il caffè non l’avevo neanche bevuto. Poi ho capito che sentire quanti colpi avesse tirato Anna Maria Franzoni nel 2002, forse, non aiutava. Così la stagione delle indagini è finita e ho approcciato a qualcosa di un po’ più soft, come quelli di attualità, che parlano solo di guerre e del mondo che sta finendo. Allora ho smesso proprio con i podcast: d’ora in poi solo album, possibilmente che trattano di fiori e amore. No, anzi, manco di quello, che l’amore finisce male.

    Alla fine, con la radio spenta e la pazienza esaurita, passi a una nuova fase del pendolarismo estremo: l’ascetismo. In sostanza, entri in una dimensione dissociativa in cui sei presente, ma non da accorgerti alla follia a cui stai partecipando. Con rassegnazione aspetti in macchina, niente sorpassi alla Tokyo Drift  né agitazione interiore: sei in pace.

    Sono abbastanza convinta che questa vicenda sia una chiara metafora della vita, dove a volte devi solo arrenderti al corso degli eventi, senza quella smania tutta umana di dover piegare la situazione al proprio volere. Il controllo che crediamo di avere, è pura illusione e anche in questo caso non è da meno: siamo in balia di una lunga lingua di cemento che, con le sue logiche sconosciute, stabilisce il tempo della nostra permanenza.

    Se guardi alla tua sinistra, dal finestrino, vedrai una persona esattamente come te: si alza, produce, produce, produce, torna a casa e non ha la forza neanche di togliersi le scarpe. Nessuno dei due può materializzarsi altrove; più inveisci, scomposto e fervente, più sei un contenitore che si riempie di insoddisfazione, goccia dopo goccia. E per quella, purtroppo, non c’è nessuna corsia d’emergenza da usare.

    Buon pendolarismo a tutti voi! E ascoltate i podcast true crime  con moderazione, preferibilmente dopo le 11 del mattino.

    Mi permetto in ultimo di consigliarvi alcuni album e podcast che allietano le mie traversate nell’ultimo periodo:

    Album

    1 . Potrebbe non avere peso (2024), dei Santi Francesi

    Pop rock coinvolgente, rimane in testa subito. I pezzi, anche quelli più tristi, non sono mai melensi.

    2 . NuovoSpazioTempo (2024), di Emma Nolde

    Voce incredibile e featuring azzeccati. Auguri con Punto di vista ft Niccolò Fabi, qui le lacrime non saranno sprecate.

    3 . È finita la pace (2024), Marracash

    Solo Marracash può uscire a sorpresa con un album senza promo né featuring. Incastri e barre sempre attuali; belli i riferimenti agli algoritmi, alla realtà filtrata e alla “musica di plastica”.

    Podcast

    1 . Indagini, de il Post. Scritto e raccontato da Stefano Nazzi.

    Stefano Nazzi è un grande giornalista e, con una puntata al mese, ripercorre dal punto di vista giuridico e mediatico alcuni dei più conosciuti casi di cronaca nera del nostro Paese; in modo puntuale e mai assolutistico, prende in considerazioni tutti i punti di vista, così da fornire la visione più completa possibile.

    2 . E poi il silenzio — il disastro di Rigopiano, prodotto da Sky Tg24. Scritto e raccontato da Pablo Trincia e Debora Campanella.

    I due presentano in 8 episodi un fatto passato un po’ in sordina negli scorsi anni, che riguarda il disastro dell’Hotel Rigopiano in Abruzzo. Il racconto ha una forte componente emozionale, ma non tralascia i fatti essenziali e oggettivi. Ascoltarlo farà tristemente comprendere le falle e le negligenze delle nostre istituzioni.

    3 . The Essential, di Will. Notizie scelte e raccontate da Mia Ceran.

    Un’ottima soluzione per essere sempre aggiornati in pochi minuti su quello che accade nel mondo. Esce un episodio al giorno, compreso il weekend, dove c’è un’edizione speciale, con un argomento scelto dagli ascoltatori.

    4 . News dal pianeta terra, di Lifegate. Curato da Giovanni Mori.

    Come sopra, ogni giorno, in poco tempo, vengono illustrati i passi avanti e (non) in materia di sostenibilità e il grado di salute del nostro pianeta.