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  • Il mondo da lassù: la romanticizzazione moderna della montagna

    Qualche settimana fa è uscita la notizia del ricovero di Paolo Cognetti, un noto autore e regista milanese, che da qualche anno viveva a 2000 metri in una baita in Valle d’Aosta. Cognetti nel tempo ha spesso affermato di aver trovato la sua dimensione in questi luoghi aspri e dal ritmo lento; il contatto profondo con il tessuto sociale montano, di cui è entrato a far parte, così come le cime, lo hanno ispirato a tal punto da partorire il celebre libro — poi divenuto film — Le otto montagne (2022): una storia dolceamara ambientata in Val D’Ayas, che ha come protagonisti il talentuoso duo composto da Alessandro Borghi e Luca Marinelli.

    Artwork by Liza Kobrazova

    Secondo quanto rilasciato sul quotidiano «Open» da Cognetti stesso, dopo il successo ottenuto con il suo libro, la comunità valdostana, forse poco abituata alle luci dei riflettori, aveva iniziato a respingerlo e il suo fervore iniziale per quei luoghi tutti da scoprire, dopo quattro anni, era andato a scemare; senza quasi accorgersene, Cognetti cade in una depressione che poi sfocerà in bipolarismo con fasi maniacali, tanto da richiedere un tso.

    Senza sindacare le convinzioni di Cognetti, né tanto meno fare sciacallaggio mediatico sul suo privato, sono partita da questo fatto di cronaca perchè credo sia molto esplicativo rispetto al fenomeno di romanticizzazione della montagna a cui abbiamo assistito in questi anni.

    Nel corso dell’ultimo secolo in Occidente si è verificato un sostanziale ribaltamento nel rapporto con la montagna: se prima veniva rifiutata per le sue qualità di pericolosità e desolazione, oggi sono proprio questi due aspetti che la rendono più appetibile. Nella prospettiva moderna la separazione dal resto del mondo e le rocce inospitali non sono un quadro da temere, ma a cui aspirare.

    A contribuire alla costruzione di questo rinnovato immaginario montano, ricoprono una parte fondamentale i social network, che hanno di fatto reso l’esperienza in montagna un trend e le attività da svolgervi un ottimo contenuto.

    Lo stesso Walter Bonatti — uno dei più grandi alpinisti del Novecento — vedeva la montagna come una via galvanizzante rispetto a quella indicata dalla nostra società dell’eccesso e anni fa asseriva:

    « L’essere umano vive in città, mangia senza fame e beve senza sete, si stanca senza che il corpo fatichi, rincorre il proprio tempo senza raggiungerlo mai. È un essere imprigionato, una prigione senza confini da cui è impossibile fuggire. Alcuni esseri umani, però, a volte hanno bisogno di riprendersi le proprie vite, di ritrovare una strada maestra. Non tutti ci provano, in pochi ci riescono.»

    Le parole di Bonatti, permeate dal suo immenso amore per la montagna, sono senz’altro sincere, ma a mio avviso presentano una visione parziale. La soluzione alla perdizione moderna non risiede nel fuggire in cima, ma nel ricostruire ciò che c’è, partendo dalla valle: è necessaria una rivoluzione culturale e sociale, che non abbia più come prerogativa il profitto sfrenato e materiale, ma le persone.

    Così facendo, la speranza è che la montagna torni a essere un luogo di cui godere in modo più realistico e consapevole, spogliato da retoriche trite e utopiche. Infatti, ciò che spesso oggi si definisce “montagna”, non è la sua vera natura, ma un’idea: una trasposizione della nostra mente, dove essa ci appare come un posto cristallizzato, puro e curativo, dimenticandone i limiti, anche solo nelle risorse, di una vita spesa qui.

    Vivere in montagna, è un affare di chi ci è nato. O meglio, di chi è disposto a viverci come se ci fosse nato. E questo non per una qualche forma di elitarismo o esclusione, ma perché solo chi è abituato alle sue leggi può starci per lunghi periodi senza soffrirne. Sperare che le cime offrano una redenzione dal malessere interiore, è purtroppo una dolce illusione in cui cullarsi.

    Per chi ci vive, la montagna è solo montagna. Non ci sono termini per edulcorarla o dipingerla in modo pittoresco: lei è solo quello che è, che offre e che toglie. Bruno, uno dei protagonisti in Le Otto Montagne, lo ricorda bene in questo passo:

    «Siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perchè non serve a niente.»

    Se amate il cinema, vi consiglio alcuni film che trovo molto rappresentativi della montagna:

    1. Le Otto Montagne (2022) scritto e diretto da Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch. Ispirato al libro omonimo di Cognetti.
    2. Nanga Parbat (2010) diretto da Joseph Vilsmaier. Il film racconta la spedizione degli anni Settanta sul Nanga Parbat — una delle vette più alte del mondo, in Pakistan — a cui parteciparono i fratelli Messner.
    3. Mountain (2017) di Jennifer Peedom, con Willem Dafoe: un documentario che mostra il rapporto indissolubile tra uomini e montagna, attraverso imprese titaniche e controversie legate alle pratiche più estreme di alpinismo.