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  • Cronache semiserie sulla maternità contemporanea

    Mentre su Instagram imperversano post di coetanee incinte, tu stai ancora capendo come fare la lavatrice: dev’essere questa la vita adulta. Tra racconti di gravidanze da incubo e ansia da prestazione genitoriale, fare figli sembra una storia sempre più spaventosa e complicata; per certi versi anche un po’ sorpassata. Forse dovremmo solo autorizzarci a vivere questo evento senza giudizi.

    Artwork by Anna Kövecses

    Se dovessi trovare un’immagine plastica che sancisce l’inizio della vita adulta, questa sarebbe senz’altro il post instagram della (ennesima) conoscente rimasta incinta. Quella che magari era tua compagna di banco alle medie o con cui andavi in bici a prendere il gelato. Lei, mentre tu ancora capisci come far partire la lavatrice, mette al mondo prole.

    A essere sinceri, il suo resoconto spensierato della gestazione, fatto di baby shower e completini, sembra quasi un miraggio di questi tempi. Scrollando sul web, infatti, la maggior parte dei racconti sulle gravidanze sono ormai sul tono della tragedia. Se prima alcune dinamiche erano un tabù inconfessabile e i figli unicamente visti come dono, ora la situazione si è capovolta; mai come oggi pullulano contenuti che parlano di parti difficili (per non dire drammatici), di amore filiale tardivo o assente, di spazi per sé ritrovati e sofferti, della dimensione di coppia da ripensare. 

    E questo è bello, perchè chi non aveva voce, ora si sente finalmente rappresentato e visto. Ridefinire un tema complesso come la maternità, di cui fanno parte anche le indubbie difficoltà sopracitate, è un traguardo sociale di cui gioire, ma come tanti argomenti attuali, a furia di voler normalizzare un altro punto di vista, si finisce per ricadere nell’errore precedente: privilegiare un’unica narrazione.

    L’esperienza viene così ridotta a una visione drammatica univoca, che instilla paura e rifiuto. Quest’ottica nera sembra la più plausibile persino per coloro che di figli non ne hanno. E figurati se li vogliono, dopo queste premesse.

    È pur sempre vero che alla fine siamo comunque tutte il prodotto della stessa società, che ci vuole performanti, belle, in carriera e realizzate; tutti aspetti che cozzano con la gravidanza che invece sforma, rallenta e destabilizza. Sì be’, diciamo non troppo sole, perché altrimenti è chiaro che non siate capaci di stare in coppia o che avete un problema. Facciamo sole, realizzate e belle il giusto; belle non troppo, altrimenti non potete essere anche intelligenti. Quasi dimenticavo, anche ben disposte, prima o poi, a procreare; non troppo presto che servi all’azienda e non troppo tardi, che sei egoista. L’importante però è che un figlio lo fai, se no poi chi pagherà i contributi?

    Ma mettiamo anche che avessi aspettato il momento propizio in cui finanze, astri e universo terracqueo si allineano sull’asse. Sei sicuro di essere un individuo risolto? Voglio dire, urli quando ti arrabbi? O fai mindfulness al Parco Sempione? No perché se non sei il massimo esperto di comunicazione efficace e di educazione montessoriana; se non hai letto almeno cento manuali di pedagogia e non vai in psicanalisi da 14 anni, non ti azzardare a fare un figlio.

    Il rischio concreto, secondo il pubblico ludibrio, è niente po’ po’ di meno che essere responsabile di aver generato una persona a sua volta compromessa. In termini più basici, un altro emerito coglione come te, che non hai letto quel dannato libro mentre eri sdraiata sul divano all’ottavo mese, preoccupata solo di mangiare cetriolini sott’aceto. 

    Così, in preda all’angoscia di fare bene – o di non dare alla luce un soggetto che userà il borsello Gucci – potresti far parte anche tu di quei gruppi Facebook per mamme pancine che tanto bistrattavi. 

    A vedere l’iper responsabilizzazione di ora viene quasi da sorridere, se pensiamo a come siamo cresciuti noi. Pane, schiaffi e olio di palma. Insomma, roba che se i dettami di oggi fossero stati istituiti trent’anni fa, il mondo adesso sarebbe da ripopolare, altrochè. Invece no, ci siamo noi: belli e in terapia.

    In un momento storico dove tutti siamo liberi e concentrati su noi stessi, volere figli parrebbe un desiderio superato o relegato a chi cerca qualcuno – o qualcosa – a cui dedicarsi al di fuori di sé. Complice della rinuncia ad averli è anche questa ricerca di perfezione irrealistica nel ruolo genitoriale. Dopotutto, i genitori non sono altro che esseri umani e questo non li rende esenti da errori, persino grossolani; per cui limitarsi a fare del proprio meglio sarebbe già un ottimo traguardo. Chiaro, è importante partire ben equipaggiati prima di intraprendere questa avventura, ma accettando pur sempre la percentuale di rischio e fallimento.

    Insomma, questa storia mi ricorda un po’ quell’articolo di Faith Hill per The Atlantic “The new singlehood stigma”, in cui la giornalista statunitense diceva che la rivendicazione degli ultimi anni da parte dei single più entusiasti della propria condizione di solitudine, non consente a coloro che non hanno scelto di essere soli di manifestare la propria infelicità. Se è pur vero quindi che essere single ora non è più visto con sospetto (benvenuta modernità), se stiamo impedendo alle persone di desiderare la coppia, siamo sicuri di essere diventati una società più all’avanguardia? 

    Sostenere a gran voce che essere soli sia la dimensione migliore, non solo non farà sentire meno tristi coloro che soli non vorrebbero esserlo, ma li farà avvertire anche sbagliati per volere altro. 

    La tesi di fondo di Hill è perfettamente applicabile anche ai figli, perché il denominatore comune di tutti questi temi è che la società, nonostante i nobili cambi di prospettiva e gli avanzamenti, non è stata in grado di renderci meno sensibili ai giudizi esterni; sposando una causa, finisce per sacrificare l’altra parte della storia.

    E così, non siamo né più realizzati, né felici.