Siamo tutti mentitori. Lo siamo in momenti topici della nostra esistenza, in quei bivi troppo spaventosi; lo siamo per evitare un’uscita sconveniente; per difendere la nostra integrità e reputazione; per non deludere qualcuno o noi stessi; lo siamo in amore, nell’odio e persino nella morte. Lo siamo per non sentirci soli.

La menzogna è una costante della nostra vita e per alcuni questo è l’unico modo attraverso cui sopravvivervi. Ciò che è certo, è che ogni volta che mentiamo, ci stiamo sottraendo al confronto – impietoso, ma necessario – tra noi stessi e la realtà.
Ma cosa accade quando le bugie si sommano così tanto da non distinguere più chi siamo da ciò che raccontiamo, la realtà dalla menzogna? Cadiamo nel vuoto.
È quello che è successo a Jean-Claude Romand, un presunto medico francese divenuto noto una trentina di anni fa per aver mentito per oltre 18 anni a tutti sulla sua professione, i suoi successi e le sue stesse giornate: passava infatti le ore di “lavoro” parcheggiato nei boschi del Giura dentro la sua automobile a leggere, mentre tutti lo credevano impegnato a salvare il mondo presso l’OMS di Ginevra.
L’origine di questa situazione fu un’innocente bugia su un esame fallito alla facoltà di medicina, che poi ne ha chiamata un’altra e un’altra ancora, fino a che Romand non è andato avanti tutta la vita. Medico, infatti, non lo è mai diventato, nonostante sia stato iscritto al secondo anno della facoltà per oltre un decennio.
Quando gli è stato chiesto perché, la sola risposta che ha saputo fornire è stata: «allora mi sembrava l’unico modo per nascondere la mia tristezza, la mia angoscia e la mia incapacità». L’uomo, pur di non sostare nel disagio che gli provocava la realtà, ha preferito vivere in un inganno, per quanto sofferto e insostenibile. E tanta era l’incapacità di denunciarsi, che quando la moglie Florence lo ha scoperto, l’unica cosa sensata per Romand è stata uccidere lei, i figli e i genitori: i testimoni del suo fallimento.
Questa storia è disturbante e non solo per il suo tragico epilogo, ma per la cieca convinzione che anche la più minuscola azione avrebbe potuto modificare il corso degli eventi. Se qualcuno avesse chiamato l’OMS; se la moglie si fosse domandata che fine facessero i loro introiti; se qualsiasi amico si fosse insospettito per la sua eccessiva riservatezza lavorativa, magari, queste bugie non sarebbero state fatali.
O magari, invece, non sarebbe cambiato niente, perché la personalità problematica – accertata tramite perizia psichiatrica durante il processo – di Romand non gli avrebbe permesso di tollerare il peso di un’immagine di sé distorta e mediocre. Persino crudele.
Ma non è solo questo a colpire: è soprattutto la solitudine tangibile di un uomo talmente disconnesso da sé, che ha preferito vivere in una farsa, dove neanche le relazioni di senso erano reali, pur di non affrontare il vuoto in cui versava. Per Romand le bugie erano delle vesti più affascinanti attraverso cui amarsi ed essere amato a sua volta dalla moglie, convinta del loro fidanzamento solo dopo l’annuncio del suo fasullo cancro, dagli amici e dai genitori.
Vista da questa prospettiva, Romand non sembra poi così lontano.
Certo, non siamo tutti bugiardi patologici, capaci di sopprimere i nostri cari per evitare di essere smascherati, ma è pur sempre vero che Romand non rappresentava il prototipo di spietato serial killer. Era un uomo mite, banale, persino affettuoso, con una vita e aspirazioni normali, ma che trovava impossibile convivere con la sua parte autentica. Non era che un uomo solo, assente persino a sé stesso, eppure così comune da risultare insopportabile, in quanto vorrebbe dire ammettere che il germe del male risiede in potenza in ognuno di noi.
Abbiamo negato la menzogna contrapponendo una ricerca instancabile della verità, ma non abbiamo smesso di mentire, se mai solo imparato a nasconderlo.
Le bugie non piacciono a nessuno perché rappresentano la meschinità di cui siamo capaci e la scoperta che forse, in fondo, potremmo essere tutti un po’ Jean – Claude Romand.
Se voleste leggere la storia di Jean Claude Romand, è esaustivamente raccontata nel libro di Emmanuel Carrère: L’Avversario (2000)
Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.