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  • Abituarsi alla fine: cosa resta di un amore 

    Quando una storia si chiude, la parte più dolorosa non è la nostalgia, il vuoto o la solitudine. È accettare che le cose finiscono.

    Her, Spike Jonze, 2013

    Ogni legame porta con sé la possibilità della fine e spesso, a decretarne la sorte, sono proprio le ragioni che lo hanno generato. All’inizio l’altro è la risposta che cerchiamo, ma, essendo frutto di una proiezione, assomiglia più a un nostro desiderio che alla realtà. C’è un momento in cui però la verità irrompe nella fantasia, costringendoci a fare i conti con la persona autentica, fatta di limiti e contraddizioni. 

    L’amore, infatti, è un sentimento complesso che nasce tra persone comuni, chiamate a misurarsi con la cura e la fatica. Il dolore – anche se è il termine meno accostato all’affetto – è parte integrante di questo processo di costruzione, perché per passare dalla prima persona singolare a quella plurale dobbiamo barattare un pezzo di noi stessi. E la perdita, anche se calcolata e voluta, è pur sempre una perdita.

    Molte storie si interrompono proprio quando cade il velo: ci si accorge che l’altro non guarisce e non offre soluzioni. Altre finiscono per eccesso di aspettative, per bulimia di relazioni o perché non abbiamo ancora fatto pace con la nostra infanzia. 

    Qualsiasi sia la ragione, la conclusione non è mai più sopportabile. Dove prima esisteva magia, resta un mondo da ripensare. Ci sono rituali condivisi da seppellire (La colazione la domenica, il pranzo dai tuoi, il pranzo dai miei, quella camminata che dobbiamo fare, Che bella l’Islanda) e nuove abitudini da trovare; c’è da riappropriarsi dei luoghi che prima erano indissolubilmente legati all’altro e che ora devono essere abitati, di nuovo, da soli. 

    Durante la fase di lutto, persino la più banale delle incombenze quotidiane diventa motivo di memoria. Un amico un giorno mi ha detto: “Appena mi sono lasciato lavavo i denti e pensavo a quando lo facevo con lei. Poi, dopo un anno, mi sono accorto che stavo solo lavando i denti”.

    Ma non c’è solo da separare il rituale dalla persona, bisogna anche ritrovare sé stessi. È un processo che porta alla morte inevitabile di una versione di noi, che esisteva solo in quel legame. Una parte che magari trovavamo vivace, divertente, desiderabile, addirittura ingenua, se riletta con gli occhi del presente, e che ci mancherà.

    Anche se l’altro è diventato un fantasma, non è ancora abbastanza inconsistente da poter vagare per le stanze senza fare rumore. Il paragone con il resto del mondo resta impietoso: nessuno sembra capace di eguagliarlo. Il che è anche vero, se consideriamo che non esisterà più nel tempo e nello spazio, un’altra unione simile. E questo non per un particolare merito, ma perché ogni persona è irripetibile ed è ciò che rende incredibile incontrarsi. 

    In questo scenario, la nostalgia – un’altra forma di idealizzazione, pari all’innamoramento – ritratta i fatti di continuo e rende molto faticoso ricordare le motivazioni per cui la relazione ha cessato di esistere. Si genera così un paradosso di cui è facile cadere vittime: più tempo passa, più mitizziamo il passato e meno riusciamo a svincolarci. Perché spesso la nostalgia sa essere confortevole, se paragonata all’ignoto.

    Vivere nel passato lascia un sapore dolce, ma non offre antidoti per andarsene. Se ciò che abbiamo avuto è speciale, ne vogliamo preservare intatto il ricordo. Ed è per questo che facciamo fatica ad autorizzarci a provare rabbia, frustrazione o invidia: tutti sentimenti fisiologici che vanno invece attraversati al pari della tristezza, perché aiutano a muoversi avanti, a mettere confini e a osservare ciò che è accaduto con la giusta distanza. 

    Anche a costo di apparire infantili, meschini o ingiusti. Magari maledicendo l’altro per un torto che ci ha fatto o per una verità che ci ha negato. Il dolore, anche se è opinione comune, non si attenua solo con il tempo. Per far sì che accada davvero, bisogna prendersene carico, evitando di aggirarlo o coprirlo di impegni. Il tempo, in sé e per sé, non ha alcun valore curativo: fornisce solo una prospettiva da cui osservarci.

    Poi, un giorno, mentre si tenta di rimettere in asse i giorni, ci si accorge di essersi mossi in avanti. Irrompe un’insensata legge della rivincita (Ora vado in quel locale che all’altro non piaceva, Ora mi metto sulle app di dating, Ora il mio tempo è solo mio), che però ha in sé il seme dell’avventura. È un tempo con l’aspetto della primavera, della fiducia nel futuro.

    Si riscopre l’interesse che suscitiamo negli altri, la riprova che non siamo invisibili. Leggerezza e malinconia iniziano a convivere, senza sopraffarsi. I sogni si fanno più radi. Il corpo chiede di essere ridefinito di nuovo, lontano dallo sguardo dell’altro. Si riassume tutto qui: nella consapevolezza di potercela fare. 

    Non ha importanza se l’altro torna, cambia, riprova, perché non siamo già più noi. Tutto ciò che ci ha attraversato appartiene a una dimensione che non coincide con il presente.

    Prende forma, così, una nuova identità, nata dal potere trasformativo del dolore. Quell’amore non è stato dimenticato, no, non si può. Il suo lascito continua a vivere dentro di noi, integrato alla persona che siamo diventati: in un gesto, una parola o un’abitudine che abbiamo fatto nostri, per affetto o per mancanza.

    Tutto il sentimento, che si è trasformato in rabbia e delusione, cambia forma un’ultima volta. Si canalizza in un posto dove continuerà a vivere per sempre, congelato. Insieme a lui rimarrà immobile anche la versione di noi che abbiamo dovuto salutare.

    Succede di continuo: le cose finiscono e trovano una nuova collocazione. Ma se avremo avuto il coraggio di lasciarle andare, forse, quel luogo lontano non ci mancherà più così tanto.




  • Troppo emotive

    A Francesca è stato detto che era troppo emotiva. A Chiara, di bersi un bicchiere di vino prima di fare sesso. A Elisa, che era tutto nella sua testa. A Sara, che doveva solo rilassarsi. A Camilla, che i suoi sintomi erano aspecifici. A Vittoria, che tutte le donne soffrono un po’. A nessuna, che aveva la vulvodinia. 

    Frida Kahlo, Ciò che l’acqua mi ha dato, 1938

    Per molte donne, la diagnosi di una patologia inizia così: lamentano un malessere e si consiglia loro di ridimensionarlo. E il motivo risiede più nel linguaggio, che nel progresso scientifico. 

    La storia femminile vanta molte parole con cui, nei secoli, sono state descritte le loro malattie. La maggior parte sottintende che ci sia una corrispondenza diretta tra la psiche e la sofferenza che provano: i loro malesseri sarebbero, in sostanza, frutto di una suggestione che non ha nessun riscontro nella realtà. 

    La prima malattia esemplificativa di questa corrispondenza fu l’isteria. Isteria è un termine psichiatrico, caduto per fortuna in disuso, che indicava una nevrosi caratterizzata da manifestazioni fisiche – tremori, convulsioni, disturbi del movimento – e psicologiche. Nell’ottocento, quando l’isteria era la diagnosi passepartout per ogni malessere femminile, si riteneva  che a causare questo stato fosse la migrazione dell’utero. Ora, sappiamo che quelle donne erano probabilmente affette da disturbi più complessi, originati da traumi.

    L’isteria però non è mai stato un fatto circoscritto alla sola condizione psichiatrica. Il pregiudizio di fondo era che le donne fossero unicamente guidate dall’utero e dai loro ormoni, stereotipo che sopravvive ancora oggi. Lo stesso appellativo isterica indica che la relazione di una donna con il mondo è contaminata dall’irrazionalità.

    Questa convinzione inficia fortemente le diagnosi mediche. Diversi studi, come quello di J. G. Hoffmann, N. B. Trawalter e altri del 2010, hanno dimostrato che il personale medico è più incline a descrivere il dolore femminile con aggettivi come “emotivo, psicogeno, isterico o ipersensibile”.

    Ma l’emotività non è l’unica caratteristica considerata propria del sesso femminile. Sul podio c’è anche il mito della sofferenza: la credenza culturalmente radicata che vede nel dolore una componente inevitabile della vita di una donna. Questa normalizzazione, di antiche origini religiose, la ritroviamo ancora nel parto, dove l’epidurale è concessa con reticenza; nelle mestruazioni, trattate come un periodo di ordinario malessere, anche quando i sintomi indicano patologie; nei rapporti sessuali, dove la quota di dolore è spesso liquidata come fisiologica.

    L’isteria è ormai una malattia obsoleta, ma è nella stessa cornice di delegittimazione che affonda le sue radici la vulvodinia. Come nel caso della prima, in assenza di prove tangibili, i dolori vulvari finiscono sotto il cappello dell’emotività. Il termine vulvodinia è di recente istituzione e fa la sua prima comparsa intorno al 1980, quando viene coniato da La Società Internazionale per lo Studio delle Malattie Vulvovaginali.

    La vulvodinia è una sindrome che provoca dolore persistente e cronico dell’area vulvare; può essere spontanea o provocata, cioè indotta, come nel caso di rapporti sessuali, visite specialistiche o sport. Spesso, il tessuto vulvare non presenta alcuna causa infettiva o organica evidente ed è per questo che la diagnosi risulta complessa.

    Il Dottor Roberto Bernorio, specialista in ginecologia, spiega: “Nella vulvodinia il dolore si manifesta, ma non c’è nessuna causa specifica a cui ricondurlo. È un dolore noci plastico, derivante dall’ipersensibilizzazione dei nervi, che percepiscono doloroso anche un tocco che normalmente non dovrebbe esserlo.”

    Le esatte cause della vulvodinia non sono ad oggi ancora note. Tuttavia, sappiamo che l’ipersensibilità dei nervi genitali, la contrazione del pavimento pelvico – l’insieme di muscoli e legamenti essenziali per la continenza e le funzioni sessuali – e la recidività a infezioni vaginali possono concorrere allo sviluppo della malattia. 

    Anche se la vulva all’apparenza non ci dà informazioni precise sul suo stato, la diagnosi può essere comunque effettuata mediante altri strumenti. Una delle tecniche di cui si avvalgono i ginecologi, gli unici a poter formulare l’esito, è il cosiddetto swab test. Attraverso la pressione di un cotton fioc, che in condizioni normali non dovrebbe dare dolore, lo specialista comprende se c’è uno stato infiammatorio riconducibile alla vulvodinia e a quale livello di gravità. 

    Nonostante la sua invisibilità sociale, la vulvodinia è una malattia tutt’altro che rara. Si stima infatti colpisca circa una donna su sette. Fino al 45 % delle donne affette riferisce che i sintomi sono così invalidanti da aver influito in modo significativo sulla propria vita lavorativa, sociale e amorosa.

    Vista l’ampia diffusione, sorge spontaneo chiedersi come mai si sia saputo così poco di questa patologia. La risposta risiede nel divario di genere della ricerca medica. 

    Le donne in questo campo partono svantaggiate, perché la maggior parte dei rimedi e delle procedure cliniche sono elaborate su pazienti uomini. Una medicina aspecifica di genere, però, non può rispondere alle esigenze dei due sessi allo stesso modo. Uomini e donne non condividono le stesse caratteristiche fisiologiche: le reazioni ai farmaci sono diverse, così come la percezione del dolore e i sintomi di alcune malattie fatali.

    Basti pensare all’infarto, dove le donne hanno circa il 50 % in più di possibilità di morire, perché i sintomi, diversi da quelli maschili, non vengono riconosciuti come tali.

    Questa trascuratezza scientifica è dovuta anche un fattore economico. Le donne, fino a pochi decenni fa, erano considerate come minori generatrici di profitto. La loro salute valeva meno. Non è difficile credere, quindi, che molte patologie come la vulvodinia siano rimaste ignorate a lungo.

    Poca ricerca, significa poca conoscenza. Le donne affette da vulvodinia nel nostro Paese sono spesso obbligate a rivolgersi al sistema sanitario privato, perché il settore pubblico, già in enorme difficoltà su altri fronti, fatica a fornire in tempi utili figure formate. Lo Stato inoltre, non riconosce ancora la vulvodinia come malattia cronica e ciò significa che molte delle spese per curarla sono a carico della paziente. 

    Anche se qualcosa si sta muovendo grazie ad alcuni progetti di legge, come nel caso delle Regioni Lazio e Puglia, i dati relativi ai costi medici sono ancora sbalorditivi.

    “Ci sono mesi in cui devo decidere cosa sacrificare per curarmi. Alcuni farmaci, usati per altre malattie, me li passa lo Stato, ma visite specialistiche, preparati galenici da applicare in via locale e strumenti di riabilitazione sono a mio carico. Per non parlare di quando sto male e devo comprare molti farmaci da banco o integratori per riprendermi. E poi l’umore, vivere così certe volte non è semplice da accettare” dice  F. , una delle ragazze intervistate sul tema. Curarsi, insomma, diventa una questione elitaria.

    Il sistema privato non è comunque privo di figure mediche poco preparate al problema, che offrono consigli fuorvianti o che tacciano le donne di esagerare la loro condizione. È proprio questo peregrinare da uno specialista all’altro, nella speranza che qualcuno riconosca i sintomi come reali, a generare il ritardo diagnostico.

    Se la vulvodinia stenta a essere riconosciuta persino da chi opera nel settore sanitario, è ancora più difficile che lo sia dalle gente comune. Trattandosi di una malattia invisibile, chi circonda le donne che ne soffrono fatica a comprenderne la reale portata. In questo senso, le relazioni amorose sono l’aspetto che subisce più ripercussioni.

    I partner, in maggioranza uomini, non conoscono la malattia e questo ha un peso specifico sulla sfera sessuale, perché il dolore si manifesta più violentemente nei rapporti penetrativi. 

    Secondo un recente sondaggio, il 60 % degli uomini italiani di età compresa tra i 25 e i 34 anni non conosce la vulvodinia e si sentirebbe disorientato se la sua compagna ne soffrisse. Il supporto e la comprensione dei partner risultano però fondamentali nel percorso di recupero.

    Come spiega il Dottor Bernorio, le reazioni di fronte alla vulvodinia sono di tre tipi: premurosa, con rassicurazione e riduzione dei rapporti; negativa, caratterizzata da rabbia e colpevolizzazione verso la donna; facilitativa, la più funzionale, dove il partner mostra sostegno e incoraggiamento nella ricerca di soluzioni e terapie.

    Negli ultimi tre anni, la vulvodinia ha trovato molto più spazio nel dibattito pubblico e questo anche grazie all’attivismo delle donne malate. Ad oggi la sindrome è definita curabile e lo stato di salute delle pazienti, al netto di qualche ricaduta, può migliorare.

    “Ora ne sappiamo molto dal punto di vista fisico – patologico, abbiamo una marea di terapie e ne stiamo sperimentando di nuove” dice il Dottor Filippo Murina. La ricerca sta finalmente considerando l’altra metà del cielo, anche se costa più soldi, tempo, formazione. Comprensione. 

    La vulvodinia è una malattia, ma dietro ci sono le donne. Donne, che vogliono solo essere viste. Perché nessuna sia più solo “troppo emotiva”.

  • La creatività non è un algoritmo

    Artwork by Dirk Verschure

    “Fai quello che ami e non lavorerai un giorno della tua vita”. Nel senso che proprio non riuscirai a lavorare. Per chi lavora nel settore creativo, dove la passione e l’ispirazione dovrebbero essere le forze motrici, risuona meglio così. E no, non intendo per le fatture a novanta giorni o la difficoltà di un contratto a lungo termine (anche), ma per la pressione costante di dover produrre idee veloci e accattivanti, nate per durare il tempo di una cometa.

    Progettare bene è un processo che richiede tempo e non può convivere con la fretta, le scadenze rigide o l’ossessione per la performatività costante. Quando si lavora con queste premesse, la qualità cala e il piacere intrinseco della creatività svanisce. L’unico risultato garantito è l’affanno.

    Certo è paradossale che nel periodo storico in cui ci sono più strumenti per fare questo lavoro, e dove mai come oggi è riconosciuta la necessità di figure fino a pochi anni fa inesistenti, si sia arrivati a un tale punto di non ritorno. Che il mondo non fosse proprio un oceano di possibilità pronte ad attenderci, lo si era capito.

    Eppure i corsi universitari e le Accademie non hanno mai smesso di sfornare ogni anno nuovi professionisti, con la promessa di un lavoro affascinante quanto il costo della retta per frequentarli. Nessuno però di questi menziona quanto il panorama sia saturo o che le fette della torta non sono abbastanza per tutta l’offerta. 

    Oggi la realtà lavorativa è molto mutata rispetto anche solo a una ventina di anni fa, dove la platea di creativi era più ristretta e c’era la possibilità di dedicarsi a progetti a lungo termine, basati sulla ricerca e sulla sperimentazione. Adesso, l’imperativo è il ritorno economico immediato e le uniche ricerche considerate spendibili sono quelle legate ai dati di visibilità delle piattaforme social.

    Siamo tutti – creativi e non, come dimostra il boom di reel Instagram tra le figure sanitarie o educative – entrati in un vortice dove non basta più offrire un servizio o produrre un bene, ma bisogna anche mantenere una presenza web costante e monetizzabile. 

    Che importa se non si ha niente di importante da dire, nulla di bello da fotografare o nessuna grafica nuova da proporre: l’essenziale è postare costantemente contenuti e partecipare all’algoritmo, così da non perdere la finestra di visibilità che ci si è con fatica ritagliati.

    Ogni azione deve essere ottimizzata. La noia, il vuoto o l’elaborazione, momenti essenziali per nutrire l’inconscio creativo, vengono visti come tempo improduttivo e, dunque, sacrificabile. Ma come può nascere l’ispirazione senza la possibilità di vivere esperienze? Non si può produrre nulla di originale se non si ha il tempo di vedere un tramonto, leggere un libro, ascoltare la musica o connettersi emotivamente con gli altri; tutte azioni quotidiane che non producono nulla di tangibile, ma che sono necessarie per avere delle suggestioni.

    A contribuire alla frenesia costante di mantenere il proprio posizionamento c’è anche la competitività, che ora è amplificata. La sfida, infatti, non è più solo con la moltitudine di designer o copywriter in carne ed ossa, ma anche con l’AI. L’intelligenza artificiale produce testi, immagini, addirittura composizioni musicali in un tempo ridicolo rispetto a quello umano. E il costo è quasi nullo, se paragonato alla mano d’opera di un professionista.

    È vero, lo strumento manca della dimensione emotiva e della profondità necessarie per sfide più complesse, ma per mansioni basiche è un valido sostituto, capace di svolgere in pochi secondi quello che le persone ci mettono anni di pratica a perfezionare.

    Chiaro, non è da demonizzare in toto, anche perché l’AI è qui, il cambiamento è già iniziato e girarsi dall’altra parte non cambierà le cose. Conoscerla aiuta capire fino a che punto potrà essere potenziata e come di conseguenza la professione dovrà adattarsi per non esserne schiacciata. A dire il vero, è da considerarsi anche un elemento aggiuntivo utile per la prima fase ideativa – io stessa l’ho usata – quando si è ad esempio alla ricerca di spunti o collegamenti.

    Beh, poi diciamo anche che se siete come me, che cercate le parole per sicurezza su Google, a livello di tempistiche non siete efficienti persino in confronto ad Emilio robot [allego link di Emilio, per coloro che non hanno trascorso la loro infanzia nei primi anni duemila. Grave lacuna culturale, comunque.]

    Ma aldilà dell’AI, che non è né responsabile di tutti i problemi dei creativi né la panacea ad ogni male, la situazione è così frustrante, che molti, alla fine, quel lavoro non lo fanno più.

    Magari optano per una professione diversa, stabile, ma demansionata rispetto a ciò che hanno studiato e per cui hanno investito; oppure cercano un secondo lavoro per le spese principali, dedicando così al freelance il tempo marginale. Del resto, bisogna dirlo: non è un settore fatto per chi non ha privilegi. E con privilegi intendo di non dover pagare un affitto e l’avere le spalle coperte da qualche genitore, pronto a tendere una mano in un momento di difficoltà.

    Quindi la soluzione è smettere di farlo? Be, no. La soluzione, se mai ci dovesse essere, risiede nel cercare di rinegoziare i termini della professione. Siccome cambiare un intero sistema economico non è fattibile – non in tempi brevi – quello che si può fare nel micro è di non pretendere da sé stessi la qualità in un prodotto che, per sua natura, con le condizioni attuali, non lo potrà sempre essere.

    Ciò significa anche accettare di fare lavori meno originali, artistici, innovativi e fare scelte più consapevoli all’interno di un meccanismo che premia le corse numeriche. Quello su cui si può intervenire, insomma, è la percezione rispetto all’operato. Che in parole povere, significa autoassolversi e sopravvivere.

    In questo nostro strano tempo, la cura del concetto di complessità – nell’arte, nella comunicazione, persino nelle persone – deve tornare più che mai centrale.  Perché è proprio attraverso la creatività che si può problematizzare il mondo in cui viviamo e fornire così una chiave critica per comprenderlo. O, perché no, renderlo anche solo più sopportabile. E questo valore, non lo dà nessun algoritmo.


  • Cronache semiserie sulla maternità contemporanea

    Mentre su Instagram imperversano post di coetanee incinte, tu stai ancora capendo come fare la lavatrice: dev’essere questa la vita adulta. Tra racconti di gravidanze da incubo e ansia da prestazione genitoriale, fare figli sembra una storia sempre più spaventosa e complicata; per certi versi anche un po’ sorpassata. Forse dovremmo solo autorizzarci a vivere questo evento senza giudizi.

    Artwork by Anna Kövecses

    Se dovessi trovare un’immagine plastica che sancisce l’inizio della vita adulta, questa sarebbe senz’altro il post instagram della (ennesima) conoscente rimasta incinta. Quella che magari era tua compagna di banco alle medie o con cui andavi in bici a prendere il gelato. Lei, mentre tu ancora capisci come far partire la lavatrice, mette al mondo prole.

    A essere sinceri, il suo resoconto spensierato della gestazione, fatto di baby shower e completini, sembra quasi un miraggio di questi tempi. Scrollando sul web, infatti, la maggior parte dei racconti sulle gravidanze sono ormai sul tono della tragedia. Se prima alcune dinamiche erano un tabù inconfessabile e i figli unicamente visti come dono, ora la situazione si è capovolta; mai come oggi pullulano contenuti che parlano di parti difficili (per non dire drammatici), di amore filiale tardivo o assente, di spazi per sé ritrovati e sofferti, della dimensione di coppia da ripensare. 

    E questo è bello, perchè chi non aveva voce, ora si sente finalmente rappresentato e visto. Ridefinire un tema complesso come la maternità, di cui fanno parte anche le indubbie difficoltà sopracitate, è un traguardo sociale di cui gioire, ma come tanti argomenti attuali, a furia di voler normalizzare un altro punto di vista, si finisce per ricadere nell’errore precedente: privilegiare un’unica narrazione.

    L’esperienza viene così ridotta a una visione drammatica univoca, che instilla paura e rifiuto. Quest’ottica nera sembra la più plausibile persino per coloro che di figli non ne hanno. E figurati se li vogliono, dopo queste premesse.

    È pur sempre vero che alla fine siamo comunque tutte il prodotto della stessa società, che ci vuole performanti, belle, in carriera e realizzate; tutti aspetti che cozzano con la gravidanza che invece sforma, rallenta e destabilizza. Sì be’, diciamo non troppo sole, perché altrimenti è chiaro che non siate capaci di stare in coppia o che avete un problema. Facciamo sole, realizzate e belle il giusto; belle non troppo, altrimenti non potete essere anche intelligenti. Quasi dimenticavo, anche ben disposte, prima o poi, a procreare; non troppo presto che servi all’azienda e non troppo tardi, che sei egoista. L’importante però è che un figlio lo fai, se no poi chi pagherà i contributi?

    Ma mettiamo anche che avessi aspettato il momento propizio in cui finanze, astri e universo terracqueo si allineano sull’asse. Sei sicuro di essere un individuo risolto? Voglio dire, urli quando ti arrabbi? O fai mindfulness al Parco Sempione? No perché se non sei il massimo esperto di comunicazione efficace e di educazione montessoriana; se non hai letto almeno cento manuali di pedagogia e non vai in psicanalisi da 14 anni, non ti azzardare a fare un figlio.

    Il rischio concreto, secondo il pubblico ludibrio, è niente po’ po’ di meno che essere responsabile di aver generato una persona a sua volta compromessa. In termini più basici, un altro emerito coglione come te, che non hai letto quel dannato libro mentre eri sdraiata sul divano all’ottavo mese, preoccupata solo di mangiare cetriolini sott’aceto. 

    Così, in preda all’angoscia di fare bene – o di non dare alla luce un soggetto che userà il borsello Gucci – potresti far parte anche tu di quei gruppi Facebook per mamme pancine che tanto bistrattavi. 

    A vedere l’iper responsabilizzazione di ora viene quasi da sorridere, se pensiamo a come siamo cresciuti noi. Pane, schiaffi e olio di palma. Insomma, roba che se i dettami di oggi fossero stati istituiti trent’anni fa, il mondo adesso sarebbe da ripopolare, altrochè. Invece no, ci siamo noi: belli e in terapia.

    In un momento storico dove tutti siamo liberi e concentrati su noi stessi, volere figli parrebbe un desiderio superato o relegato a chi cerca qualcuno – o qualcosa – a cui dedicarsi al di fuori di sé. Complice della rinuncia ad averli è anche questa ricerca di perfezione irrealistica nel ruolo genitoriale. Dopotutto, i genitori non sono altro che esseri umani e questo non li rende esenti da errori, persino grossolani; per cui limitarsi a fare del proprio meglio sarebbe già un ottimo traguardo. Chiaro, è importante partire ben equipaggiati prima di intraprendere questa avventura, ma accettando pur sempre la percentuale di rischio e fallimento.

    Insomma, questa storia mi ricorda un po’ quell’articolo di Faith Hill per The Atlantic “The new singlehood stigma”, in cui la giornalista statunitense diceva che la rivendicazione degli ultimi anni da parte dei single più entusiasti della propria condizione di solitudine, non consente a coloro che non hanno scelto di essere soli di manifestare la propria infelicità. Se è pur vero quindi che essere single ora non è più visto con sospetto (benvenuta modernità), se stiamo impedendo alle persone di desiderare la coppia, siamo sicuri di essere diventati una società più all’avanguardia? 

    Sostenere a gran voce che essere soli sia la dimensione migliore, non solo non farà sentire meno tristi coloro che soli non vorrebbero esserlo, ma li farà avvertire anche sbagliati per volere altro. 

    La tesi di fondo di Hill è perfettamente applicabile anche ai figli, perché il denominatore comune di tutti questi temi è che la società, nonostante i nobili cambi di prospettiva e gli avanzamenti, non è stata in grado di renderci meno sensibili ai giudizi esterni; sposando una causa, finisce per sacrificare l’altra parte della storia.

    E così, non siamo né più realizzati, né felici.

  • Il vuoto della verità: le bugie che ci raccontiamo

    Siamo tutti mentitori. Lo siamo in momenti topici della nostra esistenza, in quei bivi troppo spaventosi; lo siamo per evitare un’uscita sconveniente; per difendere la nostra integrità e reputazione; per non deludere qualcuno o noi stessi; lo siamo in amore, nell’odio e persino nella morte. Lo siamo per non sentirci soli.

    Alberto Burri, Rosso Plastica, 1963

    La menzogna è una costante della nostra vita e per alcuni questo è l’unico modo attraverso cui sopravvivervi. Ciò che è certo, è che ogni volta che mentiamo, ci stiamo sottraendo al confronto – impietoso, ma necessario – tra noi stessi e la realtà. 

    Ma cosa accade quando le bugie si sommano così tanto da non distinguere più chi siamo da ciò che raccontiamo, la realtà dalla menzogna? Cadiamo nel vuoto. 

    È quello che è successo a Jean-Claude Romand, un presunto medico francese divenuto noto una trentina di anni fa per aver mentito per oltre 18 anni a tutti sulla sua professione, i suoi successi e le sue stesse giornate: passava infatti le ore di “lavoro” parcheggiato nei boschi del Giura dentro la sua automobile a leggere, mentre tutti lo credevano impegnato a salvare il mondo presso l’OMS di Ginevra.

    L’origine di questa situazione fu un’innocente bugia su un esame fallito alla facoltà di medicina, che poi ne ha chiamata un’altra e un’altra ancora, fino a che Romand non è andato avanti tutta la vita. Medico, infatti, non lo è mai diventato, nonostante sia stato iscritto al secondo anno della facoltà per oltre un decennio.

    Quando gli è stato chiesto perché, la sola risposta che ha saputo fornire è stata: «allora mi sembrava l’unico modo per nascondere la mia tristezza, la mia angoscia e la mia incapacità». L’uomo, pur di non sostare nel disagio che gli provocava la realtà, ha preferito vivere in un inganno, per quanto sofferto e insostenibile. E tanta era l’incapacità di denunciarsi, che quando la moglie Florence lo ha scoperto, l’unica cosa sensata per Romand è stata uccidere lei, i figli e i genitori: i testimoni del suo fallimento.

    Questa storia è disturbante e non solo per il suo tragico epilogo, ma per la cieca convinzione che anche la più minuscola azione avrebbe potuto modificare il corso degli eventi. Se qualcuno avesse chiamato l’OMS; se la moglie si fosse domandata che fine facessero i loro introiti; se qualsiasi amico si fosse insospettito per la sua eccessiva riservatezza lavorativa, magari, queste bugie non sarebbero state fatali.

    O magari, invece, non sarebbe cambiato niente, perché la personalità problematica – accertata tramite perizia psichiatrica durante il processo – di Romand non gli avrebbe permesso di tollerare il peso di un’immagine di sé distorta e mediocre. Persino crudele.

    Ma non è solo questo a colpire: è soprattutto la solitudine tangibile di un uomo talmente disconnesso da sé, che ha preferito vivere in una farsa, dove neanche le relazioni di senso erano reali, pur di non affrontare il vuoto in cui versava. Per Romand le bugie erano delle vesti più affascinanti attraverso cui amarsi ed essere amato a sua volta dalla moglie, convinta del loro fidanzamento solo dopo l’annuncio del suo fasullo cancro, dagli amici e dai genitori. 

    Vista da questa prospettiva, Romand non sembra poi così lontano.

    Certo, non siamo tutti bugiardi patologici, capaci di sopprimere i nostri cari per evitare di essere smascherati, ma è pur sempre vero che Romand non rappresentava il prototipo di spietato serial killer. Era un uomo mite, banale, persino affettuoso, con una vita e aspirazioni normali, ma che trovava impossibile convivere con la sua parte autentica. Non era che un uomo solo, assente persino a sé stesso, eppure così comune da risultare insopportabile, in quanto vorrebbe dire ammettere che il germe del male risiede in potenza in ognuno di noi. 

    Abbiamo negato la menzogna contrapponendo una ricerca instancabile della verità, ma non abbiamo smesso di mentire, se mai solo imparato a nasconderlo. 

    Le bugie non piacciono a nessuno perché rappresentano la meschinità di cui siamo capaci e la scoperta che forse, in fondo, potremmo essere tutti un po’ Jean – Claude Romand.

    Se voleste leggere la storia di Jean Claude Romand, è esaustivamente raccontata nel libro di Emmanuel Carrère: L’Avversario (2000)

  • Il mondo da lassù: la romanticizzazione moderna della montagna

    Qualche settimana fa è uscita la notizia del ricovero di Paolo Cognetti, un noto autore e regista milanese, che da qualche anno viveva a 2000 metri in una baita in Valle d’Aosta. Cognetti nel tempo ha spesso affermato di aver trovato la sua dimensione in questi luoghi aspri e dal ritmo lento; il contatto profondo con il tessuto sociale montano, di cui è entrato a far parte, così come le cime, lo hanno ispirato a tal punto da partorire il celebre libro — poi divenuto film — Le otto montagne (2022): una storia dolceamara ambientata in Val D’Ayas, che ha come protagonisti il talentuoso duo composto da Alessandro Borghi e Luca Marinelli.

    Artwork by Liza Kobrazova

    Secondo quanto rilasciato sul quotidiano «Open» da Cognetti stesso, dopo il successo ottenuto con il suo libro, la comunità valdostana, forse poco abituata alle luci dei riflettori, aveva iniziato a respingerlo e il suo fervore iniziale per quei luoghi tutti da scoprire, dopo quattro anni, era andato a scemare; senza quasi accorgersene, Cognetti cade in una depressione che poi sfocerà in bipolarismo con fasi maniacali, tanto da richiedere un tso.

    Senza sindacare le convinzioni di Cognetti, né tanto meno fare sciacallaggio mediatico sul suo privato, sono partita da questo fatto di cronaca perchè credo sia molto esplicativo rispetto al fenomeno di romanticizzazione della montagna a cui abbiamo assistito in questi anni.

    Nel corso dell’ultimo secolo in Occidente si è verificato un sostanziale ribaltamento nel rapporto con la montagna: se prima veniva rifiutata per le sue qualità di pericolosità e desolazione, oggi sono proprio questi due aspetti che la rendono più appetibile. Nella prospettiva moderna la separazione dal resto del mondo e le rocce inospitali non sono un quadro da temere, ma a cui aspirare.

    A contribuire alla costruzione di questo rinnovato immaginario montano, ricoprono una parte fondamentale i social network, che hanno di fatto reso l’esperienza in montagna un trend e le attività da svolgervi un ottimo contenuto.

    Lo stesso Walter Bonatti — uno dei più grandi alpinisti del Novecento — vedeva la montagna come una via galvanizzante rispetto a quella indicata dalla nostra società dell’eccesso e anni fa asseriva:

    « L’essere umano vive in città, mangia senza fame e beve senza sete, si stanca senza che il corpo fatichi, rincorre il proprio tempo senza raggiungerlo mai. È un essere imprigionato, una prigione senza confini da cui è impossibile fuggire. Alcuni esseri umani, però, a volte hanno bisogno di riprendersi le proprie vite, di ritrovare una strada maestra. Non tutti ci provano, in pochi ci riescono.»

    Le parole di Bonatti, permeate dal suo immenso amore per la montagna, sono senz’altro sincere, ma a mio avviso presentano una visione parziale. La soluzione alla perdizione moderna non risiede nel fuggire in cima, ma nel ricostruire ciò che c’è, partendo dalla valle: è necessaria una rivoluzione culturale e sociale, che non abbia più come prerogativa il profitto sfrenato e materiale, ma le persone.

    Così facendo, la speranza è che la montagna torni a essere un luogo di cui godere in modo più realistico e consapevole, spogliato da retoriche trite e utopiche. Infatti, ciò che spesso oggi si definisce “montagna”, non è la sua vera natura, ma un’idea: una trasposizione della nostra mente, dove essa ci appare come un posto cristallizzato, puro e curativo, dimenticandone i limiti, anche solo nelle risorse, di una vita spesa qui.

    Vivere in montagna, è un affare di chi ci è nato. O meglio, di chi è disposto a viverci come se ci fosse nato. E questo non per una qualche forma di elitarismo o esclusione, ma perché solo chi è abituato alle sue leggi può starci per lunghi periodi senza soffrirne. Sperare che le cime offrano una redenzione dal malessere interiore, è purtroppo una dolce illusione in cui cullarsi.

    Per chi ci vive, la montagna è solo montagna. Non ci sono termini per edulcorarla o dipingerla in modo pittoresco: lei è solo quello che è, che offre e che toglie. Bruno, uno dei protagonisti in Le Otto Montagne, lo ricorda bene in questo passo:

    «Siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perchè non serve a niente.»

    Se amate il cinema, vi consiglio alcuni film che trovo molto rappresentativi della montagna:

    1. Le Otto Montagne (2022) scritto e diretto da Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch. Ispirato al libro omonimo di Cognetti.
    2. Nanga Parbat (2010) diretto da Joseph Vilsmaier. Il film racconta la spedizione degli anni Settanta sul Nanga Parbat — una delle vette più alte del mondo, in Pakistan — a cui parteciparono i fratelli Messner.
    3. Mountain (2017) di Jennifer Peedom, con Willem Dafoe: un documentario che mostra il rapporto indissolubile tra uomini e montagna, attraverso imprese titaniche e controversie legate alle pratiche più estreme di alpinismo.
  • Viaggio al centro della tangenziale

    Da quando non prendo più il treno, le mie giornate sono ritmate da lunghi — e spesso estenuanti — viaggi in tangenziale verso La Mecca del ventunesimo secolo: Milano. Lo so cosa vorreste dire, già vi sento. “Be, è comunque meglio di prendere i mezzi pubblici”. Ed è proprio qui che vi volevo.

    Artwork by Chiara Molinari

    Sì, perché quando sei costretto a convivere in pochi metri quadri con altre persone, con gli orari improponibili e gli scioperi, l’idea della macchina sembra un miraggio. Eccomi dunque a smentire le vostre ferree convinzioni: stare in auto negli orari di punta è un’esperienza paragonabile al fachirismo, ma senza la capacità di non sentire i chiodi.

    I primi tempi accumuli così tanta rabbia e frustrazione, che il sorpasso a sinistra di quello con la Ford Fiesta ti sembra un affronto inaccettabile; la signora che non mette la freccia? Imperdonabile, merita almeno 5 colpi di clacson; per non parlare di quelli in moto, che viaggiano come se avessero 7 vite. E se non mi fai immettere in corsia entro 2 secondi, preparati alle peggiori ingiurie.

    La tangenziale ti trasforma in quello che giuravi non saresti mai diventato e il bello è che neppure te ne accorgi: l’unica cosa che conta è sopravvivere. Certo, poi ci sarebbe da riflettere su quanto siamo diventati intolleranti pressoché a tutto e se questa isteria collettiva sia davvero necessaria, se commisurata alla banale esperienza che si sta vivendo.

    Ad ogni modo, quando trascorri molto tempo in macchina, inizi subito a pensare che vuoi investire le ore incolonnato in modo funzionale ed è per questo che tutti approdiamo ai podcast. Sono interessanti, ce ne sono per tutti i gusti e vanno solo ascoltati. Io ho iniziato da quelli true crime. Belli, davvero, se non fosse che, arrivata ad altezza Sesto San Giovanni, sentivo le palpitazioni.

    Mi chiedevo incredula perché fossi in ansia, il caffè non l’avevo neanche bevuto. Poi ho capito che sentire quanti colpi avesse tirato Anna Maria Franzoni nel 2002, forse, non aiutava. Così la stagione delle indagini è finita e ho approcciato a qualcosa di un po’ più soft, come quelli di attualità, che parlano solo di guerre e del mondo che sta finendo. Allora ho smesso proprio con i podcast: d’ora in poi solo album, possibilmente che trattano di fiori e amore. No, anzi, manco di quello, che l’amore finisce male.

    Alla fine, con la radio spenta e la pazienza esaurita, passi a una nuova fase del pendolarismo estremo: l’ascetismo. In sostanza, entri in una dimensione dissociativa in cui sei presente, ma non da accorgerti alla follia a cui stai partecipando. Con rassegnazione aspetti in macchina, niente sorpassi alla Tokyo Drift  né agitazione interiore: sei in pace.

    Sono abbastanza convinta che questa vicenda sia una chiara metafora della vita, dove a volte devi solo arrenderti al corso degli eventi, senza quella smania tutta umana di dover piegare la situazione al proprio volere. Il controllo che crediamo di avere, è pura illusione e anche in questo caso non è da meno: siamo in balia di una lunga lingua di cemento che, con le sue logiche sconosciute, stabilisce il tempo della nostra permanenza.

    Se guardi alla tua sinistra, dal finestrino, vedrai una persona esattamente come te: si alza, produce, produce, produce, torna a casa e non ha la forza neanche di togliersi le scarpe. Nessuno dei due può materializzarsi altrove; più inveisci, scomposto e fervente, più sei un contenitore che si riempie di insoddisfazione, goccia dopo goccia. E per quella, purtroppo, non c’è nessuna corsia d’emergenza da usare.

    Buon pendolarismo a tutti voi! E ascoltate i podcast true crime  con moderazione, preferibilmente dopo le 11 del mattino.

    Mi permetto in ultimo di consigliarvi alcuni album e podcast che allietano le mie traversate nell’ultimo periodo:

    Album

    1 . Potrebbe non avere peso (2024), dei Santi Francesi

    Pop rock coinvolgente, rimane in testa subito. I pezzi, anche quelli più tristi, non sono mai melensi.

    2 . NuovoSpazioTempo (2024), di Emma Nolde

    Voce incredibile e featuring azzeccati. Auguri con Punto di vista ft Niccolò Fabi, qui le lacrime non saranno sprecate.

    3 . È finita la pace (2024), Marracash

    Solo Marracash può uscire a sorpresa con un album senza promo né featuring. Incastri e barre sempre attuali; belli i riferimenti agli algoritmi, alla realtà filtrata e alla “musica di plastica”.

    Podcast

    1 . Indagini, de il Post. Scritto e raccontato da Stefano Nazzi.

    Stefano Nazzi è un grande giornalista e, con una puntata al mese, ripercorre dal punto di vista giuridico e mediatico alcuni dei più conosciuti casi di cronaca nera del nostro Paese; in modo puntuale e mai assolutistico, prende in considerazioni tutti i punti di vista, così da fornire la visione più completa possibile.

    2 . E poi il silenzio — il disastro di Rigopiano, prodotto da Sky Tg24. Scritto e raccontato da Pablo Trincia e Debora Campanella.

    I due presentano in 8 episodi un fatto passato un po’ in sordina negli scorsi anni, che riguarda il disastro dell’Hotel Rigopiano in Abruzzo. Il racconto ha una forte componente emozionale, ma non tralascia i fatti essenziali e oggettivi. Ascoltarlo farà tristemente comprendere le falle e le negligenze delle nostre istituzioni.

    3 . The Essential, di Will. Notizie scelte e raccontate da Mia Ceran.

    Un’ottima soluzione per essere sempre aggiornati in pochi minuti su quello che accade nel mondo. Esce un episodio al giorno, compreso il weekend, dove c’è un’edizione speciale, con un argomento scelto dagli ascoltatori.

    4 . News dal pianeta terra, di Lifegate. Curato da Giovanni Mori.

    Come sopra, ogni giorno, in poco tempo, vengono illustrati i passi avanti e (non) in materia di sostenibilità e il grado di salute del nostro pianeta.

  • Memorie fragili

    Sei anni fa mia nonna Maria è stata ricoverata in una RSA, perché la sua permanenza a casa era ormai impossibile. Non è stata una scelta semplice, ma sicuramente è stata necessaria per assisterla al meglio nei suoi ultimi anni di vita. 

    All the photos are by Sofia Zerbi

    Durante la sua degenza ho realizzato quanto la sua figura fosse giorno dopo giorno sempre più sfumata; privata delle sue abitudini, dei suoi abiti e della sua casa, quello che lei era prima, non esisteva più. Al suo posto, c’era una persona avvizzita di colpo e messa in una camera anonima.

    Questa presa di coscienza è stata dolorosa perché mi ha messa davanti alla inevitabile circolarità della vita, che è costituita anche da quella cosa temuta e irrisolvibile che inizia per m. Non meno importante, poi, mi ha fatto appurare una cosa che già sospettavo: ho un pessimo rapporto con l’idea di vecchiaia.

    Vedere mia nonna, una donna stoica e indaffarata, costretta su una sedia rotelle a colorare disegni per bambini, era un’immagine difficile da accettare. 

    Aldilà delle mie personali visioni, l’esperienza che abbiamo affrontato io e la mia famiglia, è stata senz’altro un’importante fonte di riflessione sulla realtà delle case di riposo: l’ultimo luogo che gli anziani abitano prima della loro morte, dove sono accuditi giorno e notte e che, ad oggi, sono appannaggio esclusivamente di persone abbienti.

    L’Italia è una nazione vecchia, dove il tasso di natalità è tra i più bassi di sempre; il tema dell’anzianità sarà sempre più centrale per il nostro Paese e lo Stato dovrà occuparsi prima o poi di quella zona grigia che c’è tra l’autonomia e il fine vita, affinchè questo sia un servizio garantito a tutti, a prescindere dalle possibilità di ogni singolo.

    Questo progetto racconta di mia nonna Maria e mostra non solo gli anni intensamente vissuti e pensati, ma anche questa sua parentesi di vita che, nonostante sembri meno interessante, è stata ed è una parte significativa al pari delle altre. Credo sia un ottimo promemoria anche per noi su cosa significhi vivere. In tutte le sue parti.

    Memorie Fragili è diventato anche un pieghevole da sfogliare