Quando una storia si chiude, la parte più dolorosa non è la nostalgia, il vuoto o la solitudine. È accettare che le cose finiscono.

Ogni legame porta con sé la possibilità della fine e spesso, a decretarne la sorte, sono proprio le ragioni che lo hanno generato. All’inizio l’altro è la risposta che cerchiamo, ma, essendo frutto di una proiezione, assomiglia più a un nostro desiderio che alla realtà. C’è un momento in cui però la verità irrompe nella fantasia, costringendoci a fare i conti con la persona autentica, fatta di limiti e contraddizioni.
L’amore, infatti, è un sentimento complesso che nasce tra persone comuni, chiamate a misurarsi con la cura e la fatica. Il dolore – anche se è il termine meno accostato all’affetto – è parte integrante di questo processo di costruzione, perché per passare dalla prima persona singolare a quella plurale dobbiamo barattare un pezzo di noi stessi. E la perdita, anche se calcolata e voluta, è pur sempre una perdita.
Molte storie si interrompono proprio quando cade il velo: ci si accorge che l’altro non guarisce e non offre soluzioni. Altre finiscono per eccesso di aspettative, per bulimia di relazioni o perché non abbiamo ancora fatto pace con la nostra infanzia.
Qualsiasi sia la ragione, la conclusione non è mai più sopportabile. Dove prima esisteva magia, resta un mondo da ripensare. Ci sono rituali condivisi da seppellire (La colazione la domenica, il pranzo dai tuoi, il pranzo dai miei, quella camminata che dobbiamo fare, Che bella l’Islanda) e nuove abitudini da trovare; c’è da riappropriarsi dei luoghi che prima erano indissolubilmente legati all’altro e che ora devono essere abitati, di nuovo, da soli.
Durante la fase di lutto, persino la più banale delle incombenze quotidiane diventa motivo di memoria. Un amico un giorno mi ha detto: “Appena mi sono lasciato lavavo i denti e pensavo a quando lo facevo con lei. Poi, dopo un anno, mi sono accorto che stavo solo lavando i denti”.
Ma non c’è solo da separare il rituale dalla persona, bisogna anche ritrovare sé stessi. È un processo che porta alla morte inevitabile di una versione di noi, che esisteva solo in quel legame. Una parte che magari trovavamo vivace, divertente, desiderabile, addirittura ingenua, se riletta con gli occhi del presente, e che ci mancherà.
Anche se l’altro è diventato un fantasma, non è ancora abbastanza inconsistente da poter vagare per le stanze senza fare rumore. Il paragone con il resto del mondo resta impietoso: nessuno sembra capace di eguagliarlo. Il che è anche vero, se consideriamo che non esisterà più nel tempo e nello spazio, un’altra unione simile. E questo non per un particolare merito, ma perché ogni persona è irripetibile ed è ciò che rende incredibile incontrarsi.
In questo scenario, la nostalgia – un’altra forma di idealizzazione, pari all’innamoramento – ritratta i fatti di continuo e rende molto faticoso ricordare le motivazioni per cui la relazione ha cessato di esistere. Si genera così un paradosso di cui è facile cadere vittime: più tempo passa, più mitizziamo il passato e meno riusciamo a svincolarci. Perché spesso la nostalgia sa essere confortevole, se paragonata all’ignoto.
Vivere nel passato lascia un sapore dolce, ma non offre antidoti per andarsene. Se ciò che abbiamo avuto è speciale, ne vogliamo preservare intatto il ricordo. Ed è per questo che facciamo fatica ad autorizzarci a provare rabbia, frustrazione o invidia: tutti sentimenti fisiologici che vanno invece attraversati al pari della tristezza, perché aiutano a muoversi avanti, a mettere confini e a osservare ciò che è accaduto con la giusta distanza.
Anche a costo di apparire infantili, meschini o ingiusti. Magari maledicendo l’altro per un torto che ci ha fatto o per una verità che ci ha negato. Il dolore, anche se è opinione comune, non si attenua solo con il tempo. Per far sì che accada davvero, bisogna prendersene carico, evitando di aggirarlo o coprirlo di impegni. Il tempo, in sé e per sé, non ha alcun valore curativo: fornisce solo una prospettiva da cui osservarci.
Poi, un giorno, mentre si tenta di rimettere in asse i giorni, ci si accorge di essersi mossi in avanti. Irrompe un’insensata legge della rivincita (Ora vado in quel locale che all’altro non piaceva, Ora mi metto sulle app di dating, Ora il mio tempo è solo mio), che però ha in sé il seme dell’avventura. È un tempo con l’aspetto della primavera, della fiducia nel futuro.
Si riscopre l’interesse che suscitiamo negli altri, la riprova che non siamo invisibili. Leggerezza e malinconia iniziano a convivere, senza sopraffarsi. I sogni si fanno più radi. Il corpo chiede di essere ridefinito di nuovo, lontano dallo sguardo dell’altro. Si riassume tutto qui: nella consapevolezza di potercela fare.
Non ha importanza se l’altro torna, cambia, riprova, perché non siamo già più noi. Tutto ciò che ci ha attraversato appartiene a una dimensione che non coincide con il presente.
Prende forma, così, una nuova identità, nata dal potere trasformativo del dolore. Quell’amore non è stato dimenticato, no, non si può. Il suo lascito continua a vivere dentro di noi, integrato alla persona che siamo diventati: in un gesto, una parola o un’abitudine che abbiamo fatto nostri, per affetto o per mancanza.
Tutto il sentimento, che si è trasformato in rabbia e delusione, cambia forma un’ultima volta. Si canalizza in un posto dove continuerà a vivere per sempre, congelato. Insieme a lui rimarrà immobile anche la versione di noi che abbiamo dovuto salutare.
Succede di continuo: le cose finiscono e trovano una nuova collocazione. Ma se avremo avuto il coraggio di lasciarle andare, forse, quel luogo lontano non ci mancherà più così tanto.












