La creatività non è un algoritmo

Artwork by Dirk Verschure

“Fai quello che ami e non lavorerai un giorno della tua vita”. Nel senso che proprio non riuscirai a lavorare. Per chi lavora nel settore creativo, dove la passione e l’ispirazione dovrebbero essere le forze motrici, risuona meglio così. E no, non intendo per le fatture a novanta giorni o la difficoltà di un contratto a lungo termine (anche), ma per la pressione costante di dover produrre idee veloci e accattivanti, nate per durare il tempo di una cometa.

Progettare bene è un processo che richiede tempo e non può convivere con la fretta, le scadenze rigide o l’ossessione per la performatività costante. Quando si lavora con queste premesse, la qualità cala e il piacere intrinseco della creatività svanisce. L’unico risultato garantito è l’affanno.

Certo è paradossale che nel periodo storico in cui ci sono più strumenti per fare questo lavoro, e dove mai come oggi è riconosciuta la necessità di figure fino a pochi anni fa inesistenti, si sia arrivati a un tale punto di non ritorno. Che il mondo non fosse proprio un oceano di possibilità pronte ad attenderci, lo si era capito.

Eppure i corsi universitari e le Accademie non hanno mai smesso di sfornare ogni anno nuovi professionisti, con la promessa di un lavoro affascinante quanto il costo della retta per frequentarli. Nessuno però di questi menziona quanto il panorama sia saturo o che le fette della torta non sono abbastanza per tutta l’offerta. 

Oggi la realtà lavorativa è molto mutata rispetto anche solo a una ventina di anni fa, dove la platea di creativi era più ristretta e c’era la possibilità di dedicarsi a progetti a lungo termine, basati sulla ricerca e sulla sperimentazione. Adesso, l’imperativo è il ritorno economico immediato e le uniche ricerche considerate spendibili sono quelle legate ai dati di visibilità delle piattaforme social.

Siamo tutti – creativi e non, come dimostra il boom di reel Instagram tra le figure sanitarie o educative – entrati in un vortice dove non basta più offrire un servizio o produrre un bene, ma bisogna anche mantenere una presenza web costante e monetizzabile. 

Che importa se non si ha niente di importante da dire, nulla di bello da fotografare o nessuna grafica nuova da proporre: l’essenziale è postare costantemente contenuti e partecipare all’algoritmo, così da non perdere la finestra di visibilità che ci si è con fatica ritagliati.

Ogni azione deve essere ottimizzata. La noia, il vuoto o l’elaborazione, momenti essenziali per nutrire l’inconscio creativo, vengono visti come tempo improduttivo e, dunque, sacrificabile. Ma come può nascere l’ispirazione senza la possibilità di vivere esperienze? Non si può produrre nulla di originale se non si ha il tempo di vedere un tramonto, leggere un libro, ascoltare la musica o connettersi emotivamente con gli altri; tutte azioni quotidiane che non producono nulla di tangibile, ma che sono necessarie per avere delle suggestioni.

A contribuire alla frenesia costante di mantenere il proprio posizionamento c’è anche la competitività, che ora è amplificata. La sfida, infatti, non è più solo con la moltitudine di designer o copywriter in carne ed ossa, ma anche con l’AI. L’intelligenza artificiale produce testi, immagini, addirittura composizioni musicali in un tempo ridicolo rispetto a quello umano. E il costo è quasi nullo, se paragonato alla mano d’opera di un professionista.

È vero, lo strumento manca della dimensione emotiva e della profondità necessarie per sfide più complesse, ma per mansioni basiche è un valido sostituto, capace di svolgere in pochi secondi quello che le persone ci mettono anni di pratica a perfezionare.

Chiaro, non è da demonizzare in toto, anche perché l’AI è qui, il cambiamento è già iniziato e girarsi dall’altra parte non cambierà le cose. Conoscerla aiuta capire fino a che punto potrà essere potenziata e come di conseguenza la professione dovrà adattarsi per non esserne schiacciata. A dire il vero, è da considerarsi anche un elemento aggiuntivo utile per la prima fase ideativa – io stessa l’ho usata – quando si è ad esempio alla ricerca di spunti o collegamenti.

Beh, poi diciamo anche che se siete come me, che cercate le parole per sicurezza su Google, a livello di tempistiche non siete efficienti persino in confronto ad Emilio robot [allego link di Emilio, per coloro che non hanno trascorso la loro infanzia nei primi anni duemila. Grave lacuna culturale, comunque.]

Ma aldilà dell’AI, che non è né responsabile di tutti i problemi dei creativi né la panacea ad ogni male, la situazione è così frustrante, che molti, alla fine, quel lavoro non lo fanno più.

Magari optano per una professione diversa, stabile, ma demansionata rispetto a ciò che hanno studiato e per cui hanno investito; oppure cercano un secondo lavoro per le spese principali, dedicando così al freelance il tempo marginale. Del resto, bisogna dirlo: non è un settore fatto per chi non ha privilegi. E con privilegi intendo di non dover pagare un affitto e l’avere le spalle coperte da qualche genitore, pronto a tendere una mano in un momento di difficoltà.

Quindi la soluzione è smettere di farlo? Be, no. La soluzione, se mai ci dovesse essere, risiede nel cercare di rinegoziare i termini della professione. Siccome cambiare un intero sistema economico non è fattibile – non in tempi brevi – quello che si può fare nel micro è di non pretendere da sé stessi la qualità in un prodotto che, per sua natura, con le condizioni attuali, non lo potrà sempre essere.

Ciò significa anche accettare di fare lavori meno originali, artistici, innovativi e fare scelte più consapevoli all’interno di un meccanismo che premia le corse numeriche. Quello su cui si può intervenire, insomma, è la percezione rispetto all’operato. Che in parole povere, significa autoassolversi e sopravvivere.

In questo nostro strano tempo, la cura del concetto di complessità – nell’arte, nella comunicazione, persino nelle persone – deve tornare più che mai centrale.  Perché è proprio attraverso la creatività che si può problematizzare il mondo in cui viviamo e fornire così una chiave critica per comprenderlo. O, perché no, renderlo anche solo più sopportabile. E questo valore, non lo dà nessun algoritmo.


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