Un avatar è per sempre

Siamo stati sulla Luna nel 1969. Abbiamo scoperto la penicillina, mappato il DNA e fatto il primo trapianto di cuore. Abbiamo assistito alla lotta di Martin Luther King e all’elezione del primo presidente nero degli Stati Uniti. E poi alla nascita di Internet e dei giganti della rete, lanciati con la promessa di un nuovo mondo democratico. Eppure niente, ancora oggi, ci appare più inaccettabile del fatto più naturale di tutti: la morte.

Luigi Ghirri, Lago di Garda (Sirmione), 1978

Fino a non molto tempo fa, la fine era un confine naturale dell’esistenza; un fatto inevitabile a cui ci si consegnava e che stabiliva chi restava e chi no. Esisteva un letto, un corpo, una comunità che si stringeva e un rito per tradurre il dolore in un gesto collettivo. Nessuno era escluso da questa verità, neanche i bambini, per i quali la tutela non passava dalla negazione, ma dalla capacità di sostenerla.  

In questa esposizione normalizzata alla fine, non c’era nessun colpevole da trovare: si moriva per una vecchiaia molto più precoce di ora, per malattie oggi debellate e incidenti ingiusti. Eravamo semplicemente più abituati alla morte perché non avevamo l’illusione di poter curare tutto. 

Oggi la non accettazione di questo avvenimento si manifesta nelle più svariate forme, a partire da quella linguistica. Abbiamo inventato una grammatica dell’evitamento: verbi come mancare, spegnersi, scomparire o andarsene. Tutte formule pensate per attutire l’impatto e nascondere il vuoto che la parola morire impone. 

Si potrebbe pensare che questa rimozione moderna riguardi solo le morti più innaturali – quelle dei bambini e dei giovani – la cui scomparsa lascia un senso di smarrimento difficile da elaborare, ma il cortocircuito è molto più esteso. Il rifiuto della morte ha superato i confini della biologia, alimentato dall’illusione che la ricerca scientifica possa alzare l’asticella fino a sovvertire l’ordine naturale delle cose. È così che oggi consideriamo prematura persino la morte superati gli ottant’anni, come se si trattasse di un furto anziché del compimento normale dell’esistenza.

Vivere non è più un atto di fede, e non c’entra Dio, ma un insieme di momenti da programmare, in cui la fine non trova spazio. Sembrerebbe che questo controllo sul tempo  attribuisca più valore alla vita, invece finisce per anestetizzarla, rendendoci impermeabili a quello che attraversiamo e che ha valore proprio perché finirà.

Questa battaglia contro il corso degli eventi inizia quando l’invecchiamento diventa una patologia da contrastare. Siamo carne, siamo ossa, muscoli e organi, i cui segni di decadimento vanno cancellati, nell’illusione che un corpo privo di tracce del tempo sia un corpo salvo dalla mortalità. Il delirio della giovinezza trova la sua deriva più grottesca nelle recenti promesse della crioconservazione, nelle costose cliniche americane per il mantenimento dei corpi post mortem e nei protocolli nevrotici messi in atto da miliardari come Bryan Johnson, che si sottopongono a maniacali trasfusioni di sangue per invertire l’età biologica.

Del resto, non c’è budget o investimento troppo elevato per chi confida che la tecnologia troverà un modo per rendere il proprio patrimonio personale un bene a durata indeterminata.

Non c’è nulla di più redditizio di un’umana paura – e Jeff Bezos e Sam Altman lo sanno molto bene – ed è per questo che negli ultimi anni i loro investimenti sono stati dirottati verso il Mind Uploading. Alcune aziende raccolgono i tratti di una persona – voce, ricordi, modi di pensare – per innestarli in un’intelligenza artificiale. Il risultato è un avatar eterno di chi abbiamo amato che, con molti soldi, ci evita di fare i conti con il dolore del lutto. 

Se il rifiuto della morte è capace di portarci a tali deliri di onnipotenza, non è strano pensare che non si voglia legiferare sul tema, perché vorrebbe dire ammetterne l’esistenza. L’immobilismo istituzionale del fine vita in Italia è la traduzione più spontanea di questa incapacità. L’accanimento terapeutico e la difficoltà nel concedere le cure palliative di accompagnamento nascono dalla stessa pretesa di mantenere un corpo in vita a tutti i costi, anche quando significa privarlo della sua dignità.

Il nostro Paese vive così un paradosso unico, fomentato da ideali religiosi e calcoli politici. Si può accedere al suicidio assistito, ma non c’è una legge che lo regoli. Si delega quindi la decisione sui singoli casi alla magistratura, che però non ha punti di riferimento con cui muoversi.

Molto di questo parziale traguardo si deve lavoro di disobbedienza civile di Marco Cappato, la cui lotta sul caso di Dj Fabo ha spinto la Corte Costituzionale a concedere l’autosomministrazione del farmaco letale per chi è affetto da patologie irreversibili.

Il percorso per accedere a questo diritto rimane però un calvario pieno di insidie, tanto che molti rinunciano, travolti da battaglie legali che consumano tempo, soldi e altra vita a chi ormai non ne ha più. 

Non è quindi proprio vero che siamo tutti uguali di fronte alla morte. Per alcuni la fantasia dell’immortalità è qualcosa a cui si può ambire, per altri non c’è diritto a scegliere neppure quando concedersi la fine. In questa inquietante asimmetria, da una parte ci sono i colossi della Silicon Valley e la crioconservazione, dall’altra persone comuni, che non lottano per una stanza a – 196 gradi in cui preservare il proprio corpo, ma per una sentenza di tribunale. Nessuno dei due, forse, riuscirà nel suo intento. 

L’utopia di un mondo privo di dolore ci ha portato a scambiare la cura con l’assenza di limite. Ma il rispetto di quella sofferenza, passa dall’accettazione della sua esistenza.

In geometria, una linea è una traccia che congiunge due punti: il suo inizio e la sua fine. Può separare e unire, essere curva o dritta, delimitare, farci andare avanti o restare indietro.

La morte è quel segmento. Ed è l’esistenza di una estremità a dare urgenza e senso ai nostri giorni. Non il tentativo di chiuderci in cerchi infiniti, né l’illusione di inventare forme che neghino il margine. Riconquistare la capacità di guardare il punto finale della nostra linea senza il timore di doverlo convertire in altro: quella sì che sarà la nostra più grande scoperta umana. 





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